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Saggio

L’analisi delle condizioni di squilibrio in sede di verifica dei requisiti di accesso alla composizione negoziata della crisi*

Francesco Capalbo, Ordinario di economia aziendale nell'Università del Molise

25 Marzo 2022

*Il saggio è stato sottoposto in forma anonima alla valutazione di un referee.
L’Autore esamina in una prospettiva aziendalistica i presupposti d’accesso al nuovo istituto della composizione negoziata, con particolare riguardo all’approccio agli squilibri.
Riproduzione riservata
1 . L’occasione offerta dal DL 118/2021
L’articolo 2 del Decreto-legge 118 del 2021 prevede che l’accesso alla procedura di composizione negoziata venga concesso agli imprenditori che: (i) siano in una condizione di squilibrio patrimoniale “o” economico-finanziario che ne renda probabile la crisi o l’insolvenza e (ii) abbiano prospettive di risanamento[1]. Questa disposizione, per come poi opportunamente completata dalle indicazioni contenute nel successivo decreto dirigenziale del direttore generale degli affari interni del 28 settembre 2021, è un importante riconoscimento normativo del ruolo che le analisi degli equilibri economico-finanziari e, soprattutto, delle grandezze flusso possono avere ai fini della valutazione delle condizioni di salute delle imprese. Si tratta di un importante passo in avanti rispetto al prevalere di approcci appiattiti sulla misura e sul segno del patrimonio netto iscritto in bilancio in base ai quali, ad esempio, si stabilisce che gli utili possano essere distribuiti solo quando nel patrimonio netto siano presenti riserve di una determinata misura (art. 2426, comma 5, c.c.) o quando si impongono obblighi di ricapitalizzazione al superamento di soglie minime di dimensione del patrimonio (artt. 2446 c.c. e 2447 c.c.).
Si delinea così un’interessante opportunità di dimostrare l’utilità di analisi più evolute che coinvolgano tutte le dimensioni gestionali e quindi non solo quella patrimoniale, ma anche, e forse soprattutto, quella economica e finanziaria. Si apre la strada ad una lettura più ampia e completa del bilancio; ma il bilancio è un documento tecnico, frutto della applicazione di regole e convenzioni, e tanto, a dispetto della sua forma che essendo apparentemente leggibile anche ai non addetti ai lavori, ne favorisce letture del tutto errate. Mentre, infatti, dinanzi ad una formula chimica o ad un disegno tecnico chi non sia armato delle necessarie conoscenze tende a cedere il passo, dinanzi ad un bilancio, anche i meno esperti, forse illusi dalla presenza di una terminologia tutto sommato di uso comune, si avventurano in analisi e speculazioni spesso fantasiose. E così chi, senza conoscere le regole alla base della sua formazione, osserva lo stato patrimoniale e la lista dei valori assegnati alle attività disposti in colonna e sommati tra loro per giungere alla quantificazione del totale attivo è naturalmente portato a ritenere che quei valori siano tra loro pienamente addizionabili e interscambiabili[2]. Del resto, sotto il profilo meramente matematico, titoli in portafoglio, crediti, spese di impianto e ampliamento, migliorie su beni di terzi, disponibilità liquide sono tutti elementi che concorrono ugualmente alla determinazione del patrimonio aziendale. Tuttavia, quando quella lista si voglia osservare ai fini della valutazione dello stato finanziario dell’entità ci si dovrà rendere conto che solo il valore assegnato alle disponibilità liquide esprime la misura del denaro a disposizione dell’azienda, mentre negli altri casi si tratta di beni prontamente liquidabili (i titoli), di denaro atteso (crediti) e, nel terzo (spese di impianto e ampliamento) e nel quarto (migliore su beni di terzi), addirittura, di denaro “speso”. Né minori sono i pericoli nella lettura della sezione del passivo dello stato patrimoniale, nella quale si offre, ad esempio, la sommatoria tra i debiti verso banche o fornitori con i risconti passivi. Sotto il profilo finanziario, mentre i primi segnalano la presenza di obbligazioni finanziarie, i secondi indicano che l’anno a venire l’entità potrà beneficiare di ricavi per prestazioni che saranno rese, ma che sono state già commissionate e pagate. Il risconto passivo indica, infatti, l’esistenza di un obbligo di fare (performance obligation) rispetto al quale però l’entità ha già incassato, ma non ancora maturato, il corrispondente ricavo. Analoghe insidie possono essere nascoste nella lettura del conto economico dove la lettera A del conto economico, intestata al “Valore della produzione”, induce alla sommatoria dei “Ricavi delle vendite e delle prestazioni” tanto con la “variazione incrementativa dei lavori in economia”, quanto con un’eventuale “imputazione di contributi in conto impianti”; eppure solo nel primo caso si tratta della misura di proventi derivanti dalla cessione di beni e servizi che hanno dato o daranno luogo ad analoghi incassi, mentre nel secondo caso si tratta della misura di investimenti interni che, il più delle volte, hanno generato un’uscita di cassa nell’anno e solo nel futuro concorreranno alla generazione di nuovi ricavi e, nel terzo caso, si tratta di una quota di incassi percepiti negli anni addietro a parziale contribuzione della spesa sostenuta per investimenti.
Altre difficoltà possono essere generate dall’impiego di termini di uso comune, cui però, in sede di bilancio, è assegnato un significato del tutto differente. Ad esempio, per indicare una “passività potenziale” si utilizza il termine “fondo rischi”, il che, nei lettori meno equipaggiati crea spesso l’illusione della presenza di disponibilità finanziarie che non necessariamente esistono eche, comunque, se esistono tanto non è certamente dovuto alla iscrizione di quel fondo; un’illusione certamente rafforzata dalla scelta di usare il termine “accantonamento” per riferirsi al costo misurato da quella passività. Analoga suggestione crea il termine “riserva”, con cui si indicano alcune poste del netto, eppure, come descritto da chiara letteratura, non si tratta di somme messe da parte per i momenti di difficoltà, ma di altro non si tratta che di quote o parti “ideali” del patrimonio netto[3].
A tutto quanto sopra, si aggiunga che l’articolazione del bilancio in tre distinti prospetti contabili cui viene affidata la rappresentazione apparentemente “autonoma” dei diversi equilibri patrimoniale, economico e finanziario, è solo il frutto di un compromesso necessario a rappresentare in forma statica una entità dinamica. In realtà, gli equilibri rappresentati in quei prospetti sono solo differenti dimensioni di una medesima realtà e non possono essere apprezzati, né invero propriamente compresi, in modo separato. Senza prospettive economiche i valori patrimoniali sono privi di significato[4] e senza il necessario equilibrio finanziario nessuna prospettiva economica, per quanto positiva, potrà mai realizzarsi.[5] Un’analisi degli equilibri aziendali condotta senza le necessarie competenze potrà quindi facilmente condurre a conclusioni del tutto errate con il rischio che, paradossalmente, potrà essere proprio il maggior rilievo che il legislatore le ha finalmente riconosciuto a favorirne un uso distorto.
Scopo di questo lavoro è proprio quello di soffermarsi sul significato da riconoscersi alle condizioni di squilibrio patrimoniale “o” economico-finanziario cui fa riferimento il Decreto-legge 118 del 2021 e sul modo in cui queste possano essere analizzate nella prospettiva della verifica di una loro compatibilità con la presenza di una prospettiva di risanamento. In particolare, in ragione dell’uso della disgiuntiva “o”, nei paragrafi successivi si analizzeranno separatamente due ipotesi che possono incontrarsi in sede di richiesta di accesso alla procedura: a) entità in squilibrio patrimoniale e con prospettive di risanamento; b) entità in squilibrio economico-finanziario e con prospettive di risanamento. Le considerazioni proposte per le due ipotesi potranno poi essere facilmente estese a quella in cui entrambi gli squilibri siano presenti. 
Tanto premesso, nel successivo paragrafo 2 ci si sofferma sul significato da riconoscere, in chiave economica, alla presenza di patrimonio netto contabile negativo. Nel paragrafo 3 si illustrano le condizioni in cui uno squilibrio patrimoniale attuale possa essere compatibile con una prospettiva di risanamento. Nel paragrafo 4, invece, si affronta il tema dello squilibrio economico-finanziario, soffermandosi in particolare sulle ipotesi in cui esista solo uno dei due aspetti di quello squilibrio, ovvero solo quello finanziario o solo quello economico. Il contributo termina, nel paragrafo 5, con le considerazioni conclusive dell’autore.
2 . Entità in squilibrio patrimoniale e prospettive di risanamento: l’accezione contabile dello squilibrio patrimoniale
Un’entità che sia in squilibrio patrimoniale, ma abbia prospettive di risanamento, è una entità che presenta un patrimonio netto negativo ma che, ciò nonostante, ha ragionevoli aspettative di creare flussi economico-finanziari positivi tali da garantirle un complessivo equilibrio prospettico. Per comprendere i termini in cui queste due condizioni, apparentemente lontane, sono invece perfettamente compatibili è bene soffermarsi sull’esatto valore che deve riconoscersi al patrimonio netto negativo, al di là delle suggestioni catastrofiche che la locuzione indubbiamente alimenta.
Il patrimonio netto, nella sua accezione contabile, altro non è che un valore residuale, frutto della esecuzione della equazione fondamentale della contabilità dove il netto è espresso come differenza tra attività e passività (A – P = N). Il redattore del bilancio “assegna” i valori alle attività ed i valori alle passività e, dalla loro differenza, “deriva” la misura ed il segno che viene attribuito al netto. I valori così complessivamente ottenuti sono poi riportati nello stato patrimoniale che, in definitiva, è la riproposizione, in forma contabile, di quella medesima equazione, con la sola particolarità di aver spostato le passività a destra del segno “uguale”, e quindi di aver cambiato loro il segno in modo da ottenere la seguente formula “A = P + N”. E così, accolte le passività ed il netto nella sezione destra dello stato patrimoniale, la loro somma sarà sempre, per definizione, uguale al totale delle Attività accolte nella sezione di sinistra, garantendo il bilanciamento continuo, da cui, appunto, il termine bilancio. Non è certo un caso che tanto il codice di commercio (1982) quanto il successivo codice del 1942, usavano il termine bilancio proprio per riferirsi allo Stato patrimoniale[6] e che, a tutt’oggi, nel mondo anglosassone, lo stato patrimoniale è ancora definito “foglio del bilancio” (balance sheet)[7].
Il patrimonio netto è un dunque una “finzione numerica cui non corrisponde direttamente alcun elemento reale. Gli elementi che esistono nel mondo reale sono le attività e le passività (real world phenomena)[8]e, del resto, sono queste ad essere oggetto di autonoma valutazione in sede di redazione del bilancio. Non esiste, in contabilità, alcun criterio di valutazione del patrimonio, mentre esistono diversi criteri di valutazione delle attività e delle passività. La natura astratta del patrimonio è quantomai evidente proprio quando finisce con l’assumere valore negativo. Chi abbia conferito risorse a titolo di capitale in una entità che azzera il proprio patrimonio perde tutto quanto ha investito ma, da quel momento, ulteriori peggioramenti che dovessero rendere negativo il patrimonio non mutano comunque la misura della perdita già subita. La ricchezza investita si annulla ma non si “negativizza”. Se di negatività proprio si vuole parlare, essa va piuttosto riferita all’effetto che lo squilibrio patrimoniale ha sul fair value delle passività. In un contesto nel quale i soci non sono obbligati ad apportare risorse ulteriori rispetto a quella già conferite (c.d. “autonomia patrimoniale perfetta”), eventuali passività che non trovino capienza nelle attività aziendali sono semplicemente destinate a rimanere insoddisfatte, per cui, quanto maggiore la superiorità del valore delle passività rispetto alle attività di bilancio, tanto minore la misura in cui le passività potranno essere soddisfatte[9]. Tanto è puntualmente riconosciuto anche dallo IASB (International Accounting Standards Board), massima autorità internazionale in tema di prassi contabile, che nel capitolo della sua Conceptual Framework dedicato alla misurazione (measurement) include tra gli elementi da valutare per stimare il fair value delle passività (fulfillment value) anche il “rischio di credito” della entità che redige il bilancio, ovvero il rischio che questa non sia in grado di pagare per intero le proprie passività (own credit risk)[10]. Ne consegue che, per quanto paradossale possa apparire, una entità in stato di crisi che decida di misurare le proprie passività al fair value avrebbe la possibilità di indicare un valore inferiore al nominale, in quanto il suo stato di crisi rende probabile un’estinzione a valori inferiori. Ora, per quanto sia innegabile che, in molte circostanze, sia un dato di fatto che il peggiorare delle condizioni economiche pone le entità nelle condizioni di estinguere le proprie passività pagando meno del nominale, autorizzare una riduzione del valore da iscriversi in bilancio è certamente un fenomeno, quantomeno, controintuitivo e che potrebbe addirittura condurre al paradosso di non poter mai riscontrare una condizione contabile di squilibrio patrimoniale. Ed infatti, è la stessa Framework che, in un successivo paragrafo, evidenzia l’opportunità che laddove il fair value sia determinato sulla base delle previsioni dei flussi di cassa, si deroghi alla corretta impostazione teorica escludendo gli effetti del rischio che l’entità non sia in grado di pagare per intero le proprie passività [11]. Ma queste considerazioni sono utili per introdurre, pur nella consapevolezza del suo carattere estremo, un’ulteriore posizione teorica in forza della quale si può giungere ad affermare che ad esistere nel mondo reale non siano le attività e le passività, ma, invero, solo ed esclusivamente le attività. Nella sua accezione tradizionale, l’equazione fondamentale della contabilità riflette una visione in cui “il proprietario” è il centro di interessi e il bilancio, quindi, tende a misurarne la ricchezza esprimendola quindi come differenza tra le attività che questi possiede e le obbligazioni alla cui soddisfazione è tenuto (A – P = N)[12]. Ma questa impostazione, nota in letteratura come Teoria della Proprietà (Proprietary Theory), sta lentamente lasciando più spazio, almeno nella fase di analisi,ad una diversa impostazione in cui il centro di interessi diventa l’entità (Teoria dell’entità - Entity Theory) che vive in modo separato dagli interessi dei suoi proprietari i quali, in definitiva, sono dei portatori di fonti finanziarie che, al pari di quelle apportate dai creditori, finanziano il totale delle impieghi dell’entità (i.e. le attività). In questa diversa visione, pertanto, il netto ed il passivo rappresentati nello stato patrimoniale altro non sono che “pretese” (claims) che, sulle attività aziendali, hanno i diversi soggetti che hanno concorso a finanziarle[13]. Tali pretese, pertanto, hanno sostanza economica e valore solo se, e nella misura in cui, possono trovare soddisfazione su quelle attività. Una pretesa su qualcosa che non esiste non ha, evidentemente, alcun valore economico. Di certo, tra esse esiste una gerarchia che vede in coda quelle dei proprietari ma, per quante tutele o privilegi possano essere riconosciute alle pretese dei creditori, in caso di incapienza dell’attivo, e salvo gli effetti dell’eventuale riconoscimento della responsabilità degli amministratori o delle società controllanti, neanche queste potranno trovare soddisfazione e saranno quindi del tutto prive di valore economico.
3 . Entità in squilibrio patrimoniale e prospettive di risanamento: i limiti della rappresentazione statica
Gli amministratori che redigono il bilancio nel rispetto dei corretti principi contabili sono guidati da criteri di valutazione che, pur nella loro diversità, sono accomunati dal tentativo di condurre ad una rappresentazione statica della misura dei flussi che il management attende di poter derivare dall’uso delle attività e di dover impiegare per l’estinzione delle passività [14]. Pertanto, quando un bilancio esprime patrimonio netto negativo, i lettori potrebbero essere legittimati a pensare che secondo la opinione degli amministratori, i flussi positivi che l’entità attende dall’uso delle proprie attività saranno inferiori a quelli necessari per l’estinzione delle passività. In questo caso, dovrebbe essere evidente il rischio, se non già la presenza, dell’insolvenza, e, soprattutto, non dovrebbe esserci spazio per una prospettiva di risanamento. Eppure, così non è. Esiste infatti una significativa parte di flussi futuri attesi dal management che non trova corrispondenza alcuna negli elementi accolti nello stato patrimoniale. In particolare, il riferimento è: 
a) Ai flussi riconducibili ad attività patrimoniali non presenti in bilancio o iscritte per un valore inferiore alla loro effettiva capacità di generare flussi;
b) Ai flussi legati a contratti già sottoscritti, ma non in esecuzione o a contratti ed operazioni ancora da definirsi.
Muovendo dal primo gruppo, è bene evidenziare come l’esistenza di una attività, ovvero di una risorsa economica di cui si detengano il controllo e che sia in grado di generare benefici futuri, non è condizione sufficiente a permetterne l’iscrizione in bilancio; l’iscrizione in bilancio (c.d. recognition) potrà avvenire solo quando quella attività possa essere misurata in modo ragionevolmente certo[15]. È pertanto frequente che attività esistenti, e quindi in grado di concorrere alla generazione dei flussi di cassa futuri, non siano iscritte in bilancio in quanto non misurabili in modo ragionevolmente certo. È questo, ad esempio, il caso di moltissimi beni intangibili autoprodotti, quali marchi o brevetti o anche lo stesso avviamento internamente generato. Queste attività concorrono alla definizione delle condizioni di equilibrio prospettico, ma non concorrono alla composizione dell’equilibrio patrimoniale. Esempio tipico di simili fattispecie è offerto dalle start up innovative che sostengono costi per lo sviluppo che, spesati in conto economico, concorrono a causare squilibri patrimoniali, ma che in realtà favoriscono la creazione di importanti attività intangibili che, tuttavia, non trovano spazio in bilancio. In questi casi, si delinea una classica ipotesi di piena compatibilità tra squilibrio patrimoniale e prospettive di risanamento.
Situazione analoga, anche se non del tutto sovrapponibile, si ha quando una entità sia impegnata in “contenziosi attivi” ed abbia una ragionevole aspettativa di successo. In questi casi, per quanto attendibili e positive possano essere le previsioni, il credito potenziale legato al contenzioso non potrà mai soddisfare i requisiti richiesti per la recognition e non sarà quindi iscritto in bilancio, non potendo così concorrere alla definizione né dell’equilibrio patrimoniale né, evidentemente, del temporaneo equilibrio finanziario[16]; d’altra parte, nella costruzione dei flussi attesi a regime sulla cui base si dimostra la sussistenza della probabilità del risanamento sarà legittimo tenere in considerazione quei flussi, pur segnalandone la assoluta occasionalità e la correlazione con eventi già conclusisi e ragionevolmente non ripetibili[17].Ma in linea generale anche le attività che superano i requisiti per la recognition e sono iscritte in bilancio vengono riportate iscritte ad una misura inferiore al valore dei flussi che il management attende dal loro impiego. Il valore di tali flussi, noto come valore recuperabile, è il limite massimo (e non minimo) al quale possono essere iscritte le attività le quali, però, entrano nel bilancio sulla base del costo sostenuto per il loro acquisto o la loro produzione. Anche questa prassi deriva dal divieto di iscrizione di utili non realizzati. E’ evidente che, di norma, il valore che una attività ha per l’entità che la acquista (value to the entity) sarà tipicamente superiore al costo che questa ha deciso di sostenere per acquisirne la disponibilità, ma tale differenza, efficacemente definita da chiara letteratura come “avviamento economico soggettivo”[18], rappresenta l’utile che ci si attende di generare per il tramite del suo uso e la sua iscrizione risulterebbe nella rilevazione di un utile non ancora realizzato sul mercato. Il reddito, nel modello contabile tradizionale, si realizza nello scambio e per lo scambio[19] e quindi l’aspettativa del management di recuperare dall’impiego di un bene flussi superiori al costo sostenuto per acquisirle non può trovare rappresentazione in bilancio, e quindi non può concorrere all’equilibrio patrimoniale, fin tanto che quei maggiori flussi non siano stati effettivamente realizzati per il tramite di uno scambio, diretto (i.e. con cessione dell’asset sul mercato) o indiretto (i.e. con cessione sul mercato dei prodotti ottenuti per il tramite del loro uso). Tali maggiori flussi, invece, possono e devono essere considerati nella redazione di un piano economico finanziario che illustri la possibilità del risanamento, il che concorre a spiegare la compatibilità di prospettive economiche positive anche in costanza di un patrimonio netto negativo.
Il secondo gruppo di flussi futuri che rischia di non essere rappresentato nel patrimonio contabile (punto sub b), è quello atteso dallo sviluppo dei contratti in esecuzione o da eseguirsi (i c.d. “executory contract”). Mentre la esecuzione di questi contratti è spesso foriera di significative marginalità economiche e finanziarie, la loro sottoscrizione non ha alcuna immediata conseguenza patrimoniale, sebbene sia innegabile l’impatto che ha sul valore economico di una azienda. Il sistema di contabilizzazione attualmente adottato è infatti basato sulla c.d. “exchange basis”, in omaggio alla quale le attività e le passività che indubbiamente si originano con la sottoscrizione di un executory contract, rispettivamente collegate alle controprestazioni da ricevere ed alle prestazioni da rendere, si presuppongono di uguale valore e si compensano automaticamente senza che nessuna di esse possa trovare spazio in bilancio[20]; l’evento critico[21] che determina la riconoscibilità del valore generato da un contratto è solo l’avvenuta esecuzione della prestazione da parte di “almeno una delle due parti del contratto”[22]. I flussi che gli executory contract saranno in grado di generare rientrano in quella che già chiarissima letteratura aveva definito “secondo tronco della dinamica lucrativa”. Il prof. Amodeo evidenziava l’esistenza di due tronchi di dinamica lucrativa: un primo legato alla “risoluzione” o “trasformazione” dei valori già accolti nello stato patrimoniale, e quindi riflessi dell’equilibrio statico patrimoniale; un secondo legato ai costi ed ai ricavi futuri destinati a generarsi[23] e quindi “scollegato” dalla situazione patrimoniale, ma certamente da accogliersi tanto nella costruzione del piano quanto, ancor prima, nella definizione del test pratico[24]. D’altra parte, al crescere del peso che il secondo tronco della dinamica lucrativa assume rispetto alle prospettive di risanamento aumenta l’urgenza di supportare quelle previsioni con ogni possibile evidenza. Mentre, infatti, una prospettiva di flussi economico finanziari che sia frutto della “trasformazione” del costo storico di un determinato fattore può comunque poggiare le proprie ragioni sulla convergenza di opinioni che hanno condotto, in passato, due soggetti indipendenti a condividere un prezzo di cessione, i flussi che pertengono al secondo tronco della dinamica lucrativa devono essere interamente giustificate in sede di piano.
4 . Entità in squilibrio economico-finanziario e prospettive di risanamento
Uno squilibrio è economico e finanziario quando un’entità (i) genera perdite (squilibrio economico) e (ii) non dispone delle risorse finanziarie necessarie a far fronte alle proprie obbligazioni (squilibrio finanziario). Nel lungo periodo, la presenza di uno squilibrio economico genera sempre anche uno squilibrio finanziario, in quanto un’entità che non genera valore non può, evidentemente, generare cassa, sicché, prima o poi, non disporrà delle risorse finanziarie necessarie a far fronte ai propri debiti. Nel breve periodo, tuttavia, lo squilibrio economico non necessariamente si accompagna allo squilibrio finanziario. Ad esempio, accade spesso che i ricavi di un’entità, pur se incapaci di coprire tutti i costi, siano comunque sufficienti a coprire i costi monetari, cosicché la gestione riesce a godere di un temporaneo equilibrio finanziario. In questi casi, l’entità presenta un margine operativo lordo (MOL o EBITDA[25]) positivo e, nonostante il peso degli ammortamenti porti poi il risultato operativo in area negativa, è comunque in grado di continuare ad operare. Eppure, il segnale veicolato dal risultato operativo negativo non deve essere trascurato, in quanto segnala la incapacità dei ricavi di rigenerare il capitale investito nei fattori a fecondità ripetuta. Una simile situazione, se prolungata nel tempo, porta necessariamente alla crisi. La continuità finanziaria generata dal MOL permette la continuazione di una gestione che, in realtà, “brucia valore” in quanto non produce ricavi sufficienti a ripristinare il capitale investito e, inevitabilmente, si risolve in un crescente depauperamento del patrimonio aziendale. Quando poi si troverà dinanzi alla necessità di sostituire i fattori a fecondità ripetuta, o perché usurati o perché tecnologicamente superati, l’entità non disporrà delle necessarie risorse finanziarie in quanto i ricavi, non essendo sufficienti a coprire gli ammortamenti, non avranno “rigenerato” l’investimento compiuto in quei fattori produttivi e non avranno quindi permesso l’accumulazione di risorse necessarie a sostituirli. A quel punto, l’attività dovrà interrompersi perché non sarà più “oggettivamente” possibile produrre o comunque perché l’innovazione tecnologica avrà messo fuori mercato i prodotti ottenibili con quei fattori.
Situazione analoga, ed invero più delicata, si avrà quando, in costanza di squilibrio economico, il temporaneo equilibrio finanziario sia frutto, non già della natura non monetaria di alcuni costi (i.e. gli ammortamenti), ma consegua ad una consapevole scelta di ricorrere all’indebitamento sia finanziario, per il tramite della raccolta di capitale di credito, sia operativo, per il tramite delle dilazioni concesse dai fornitori. Nel primo caso, si creano fonti aggiuntive che vanno a supplire la carenza delle fonti operative correnti, nel secondo caso, più semplicemente, si riducono gli impieghi operativi correnti. In ambedue i casi, tuttavia, le conseguenze finanziarie dello squilibrio economico sono semplicemente spostate in avanti. Toccherà, infatti, ai margini che saranno generati dalle gestioni future creare le fonti necessarie a coprire gli impieghi rappresentati dalle rate di rimborso dei finanziamenti ed dal pagamento dei debiti pregressi. I ricavi futuri dovranno quindi essere di entità tale che, una volta coperti i costi ad essi correlati (i costi correnti), residuino risorse sufficienti a finanziare il rimborso dei finanziamenti e dei debiti operativi pregressi. Una aspettativa, di certo, quantomeno ottimistica per un’entità che muove da una situazione di squilibrio economico, ma non per questo impossibile[26]. D’altra parte, laddove i risultati a venire non dovessero confermare tale ottimismo, esisterà un punto in cui i finanziatori smetteranno di erogare risorse finanziarie e chiederanno il rientro immediato di quanto già erogato e, del pari, i fornitori smetteranno di cedere beni e servizi fin tanto che non otterranno il pagamento dei debiti pregressi[27].
Se è vero che uno squilibrio economico non necessariamente implica uno squilibrio finanziario, è altrettanto vero che neanche un equilibrio economico necessariamente implica un equilibrio finanziario. In linea generale, la superiorità dei ricavi sui costi dovrebbe, nel lungo periodo, generare una analoga superiorità delle entrate sulle uscite e quindi garantire anche il pieno equilibrio finanziario, ma questo non è necessariamente vero nel breve periodo, in quanto sono svariati i motivi che possono portare la dimensione economica e quella finanziaria a divergere. È possibile, ad esempio, che i ricavi, pur se complessivamente superiori ai costi, non siano incassati e restino in larga parte “bloccati” sotto forma di crediti nel patrimonio aziendale e quindi, pur contribuendo all’equilibrio economico, non alimentano l’equilibrio finanziario. In tal caso, l’entità, pur se apparentemente gratificata dal vedere crescere un elemento del proprio attivo (i.e. i crediti), vede in realtà crescere i propri impieghi e ridursi le risorse da destinare al pagamento dei costi. In questi casi, la differenza positiva tra ricavi e costi non genera una analoga differenza positiva tra entrate ed uscite, ma se c’è comunque equilibrio economico, la eventuale tensione finanziaria può essere risolta richiedendo dilazioni ai fornitori in modo da dare allo sfasamento tra la dimensione economica e quella finanziaria il tempo di ricomporsi. Se si riesce in questa operazione, le dilazioni ottenute dai fornitori consentono all’entità di ridurre la quota di costi che si trasformano in uscite di denaro e che, invece, restano temporaneamente “bloccati” nel patrimonio dell’entità sotto forma di passività. Si assiste così ad un incremento nei debiti verso fornitori che, di fatto, finiscono per finanziarie l’“investimento” nei crediti verso clienti. Il totale attivo di un’entità rappresenta la somma degli impieghi di quella entità ed il totale passivo la somma delle fonti. In altri termini, quando un’entità non riesce ad incassare i ricavi che genera aumenta i propri crediti, e quindi i propri impieghi, ed ha bisogno di una analoga misura di fonti; la dilazione ottenuta dai fornitori risolve questo problema, generando la fonte necessaria. Questo modo di risolvere le conseguenze delle difficoltà di incasso dei ricavi presume però una forza contrattuale di cui non sempre l’entità dispone. Quando i fornitori non saranno disposti a concedere dilazioni, o lo farebbero a condizioni estremamente svantaggiose, lo sfasamento deve essere sanato con il ricorso all’indebitamento finanziario, per cui l’entità raccoglie da terzi le risorse per pagare i costi ed attende l’incasso dei ricavi per rimborsare quanto raccolto. Tale decisione, evidentemente, comporta una contrazione dei margini economici in quanto ai costi operativi si aggiungono gli oneri finanziari.
Il ricorso all’indebitamento è, generalmente, la regola quando la tensione finanziaria deriva dalle uscite generate dall’acquisto di beni a vita utile pluriennale. In questi casi, la tensione non è da imputarsi a ritardi nell’incasso dei ricavi dai quali si attende la rigenerazione dell’investimento in quanto è proprio il fisiologico processo di formazione economica di quei ricavi che, definendosi lungo un arco di vita pluriennale, non è strutturalmente adeguato a generare, nei tempi necessari, la provvista per il pagamento dei fornitori. È quindi necessario ricorrere a fonti diverse dai ricavi attesi da quell’investimento per finanziare l’acquisto ed è assolutamente razionale ricorrere all’indebitamento. Di certo, le risorse così acquisite da terzi dovranno essere restituite, ma se ci sarà equilibrio economico, i ricavi attesi dall’investimento genereranno, salvo una eccessiva onerosità del finanziamento, risorse sufficienti anche a coprire il servizio del debito contratto per sostenerlo.
Del tutto differente è il caso in cui lo squilibrio finanziario sofferto da una entità in equilibrio economico sia dovuto al peso di debiti che derivino da perdite accumulate in precedenti gestioni. In questi casi, infatti, la semplice dilazione dei debiti operativi e/o il ricorso all’indebitamento potrebbero non essere sufficienti. Mentre negli esempi precedenti si trattava di sanare uno sfasamento tra la fase di manifestazione economica e la fase di manifestazione finanziaria creato in una complessiva situazione di equilibrio, in questa ipotesi si tratta di trovare il modo di coprire debiti contratti per acquisire fattori della produzione che, una volta impiegati, non hanno generato risorse sufficienti a permettere il recupero dell’investimento. Non è quindi un problema di “sfasamento”, ma si tratta degli effetti di un ciclo economico che, complessivamente, si è chiuso in perdita e, quindi, ha lasciato sul campo una serie di costi non pagati. La copertura di quei costi deve quindi necessariamente essere affidata a fonti differenti dai ricavi ad essi correlati. Se l’entità dispone di altre risorse, quali ad esempio disponibilità create da utili precedenti o da apporti di capitale, potrà utilizzare quelle risorse per coprire i debiti insoluti generati dalle operazioni in perdita. Se, invece, la entità non dispone di risorse adeguate ad assorbire le conseguenze finanziarie di quelle perdite, esistono due alternative: a) quando possibile, l’entità si limiterà a non pagare i fornitori trasferendo al futuro debiti operativi; b) quando questo non è possibile, come spesso accade con i fornitori essenziali che interrompendo le forniture potrebbero interrompere l’attività produttiva, l’entità ricorre all’indebitamento per raccogliere fonti necessarie al pagamento dei debiti operativi pregressi e trasferisce così al futuro debiti finanziari. Nel primo caso, il peso del finanziamento temporaneo dello squilibrio generato dalla perdita è addossato ai fornitori, nel secondo caso è trasferito, dietro corrispettivo, alle banche. In ambedue i casi, però, il peso finanziario delle perdite pregresse è stato addossato alle gestioni successive le quali, oltre a generare ricavi per coprire i propri costi, dovranno essere capaci di generare margini sufficienti a pagare quei debiti. In un simile contesto, il riscadenzamento dei debiti non è necessariamente sufficiente a risolvere il problema, a meno che non si possa dimostrare che le gestioni future siano capaci di generare margini che, per tempistica e importo, possano garantire la copertura di quei debiti. In questi casi, è molto più probabile che si renda necessario ricorrere ad operazioni di stralcio del debito o di apporto di risorse aggiuntive da parte dell’imprenditore.
In ultimo, deve richiamarsi l’attenzione sulla possibilità che una entità che manifesti uno squilibrio finanziario pur in presenza di equilibrio economico abbia, invero, conseguito il secondo solo grazie ad artifici contabili. La differenza tra dinamica finanziaria e dinamica economica, in particolare la presenza di risultati operativi positivi in costante presenza di flussi di cassa operativi negativi (operating cash flows) è il più classico degli indicatori delle manipolazioni di bilancio[28]. Mentre moltissimi sono i modi per alterare il risultato operativo e rinviare l’emersione contabile di uno squilibrio economico, nessuno di questi permette di “creare” cassa. La iscrizione di un credito falso permette la iscrizione di un ricavo che può contribuire ad evitare la emersione di un risultato operativo negativo, ma un credito falso non sarà mai incassato e quindi l’artificio non avrà alcun effetto sul flusso di cassa operativo. La capitalizzazione di costi ormai del tutto privi di utilità economica permette di evitare che essi partecipino alla formazione del risultato operativo di quell’anno e riesce a garantire tanto l’equilibrio contabile (di fatto si riducono i costi) quanto quello patrimoniale (inserendo attività immateriali), ma non può cambiare la realtà delle uscite che questi hanno generato né la realtà della loro incapacità di generare future entrate monetarie. Ma è bene evidenziare che la capitalizzazione dei costi è una scelta rischiosa anche quando sia stata compiuta nel rispetto dei principi contabili e quindi sulla base di una ragionevole aspettativa sulla loro capacità di generare ricavi nel futuro; infatti, nella malaugurata ipotesi di una interruzione dell’attività aziendale il valore di quelle poste si azzererebbe integralmente in quanto, appunto, connesso all’ipotesi di continuità[29]. Tutti questi artifici lasciano però tracce ben evidenti a chi sia esperto della materia, soprattutto perché chi conosce le regole di redazione del bilancio sa bene dove andarle a cercare.
5 . Conclusioni
Il Dl 118/2021 ed il successivo decreto dirigenziale aprono la strada all’utilizzo di analisi economico-finanziarie più evolute cui viene affidato il compito di verificare non solo la effettiva sussistenza delle condizioni di squilibrio patrimoniale “o” economico-finanziario, ma anche la ragionevole presenza di una possibilità di perseguire il risanamento. Punto di partenza di tutte queste analisi non possono che essere i dati contabili, intendendo per tali sia quelli riflessi negli schemi di bilancio sia quelli accolti nella documentazione da cui quegli schemi derivano.
Il lavoro dimostra l’importanza di disporre di specifiche conoscenze tecniche per compiere correttamente quelle analisi. A tal fine ci si è soffermati su due casi principali: a) le entità che presentano uno squilibrio patrimoniale; b) le entità che presentano uno squilibrio economico-finanziario.
Come tradizionalmente chiarito dalla scuola italiana di economia aziendale, il capitale ha valore nella misura in cui produce reddito ed a questo principio fondamentale sono ispirati i criteri di valutazione che vengono impiegati per misurare le componenti di quel capitale. Pertanto, in linea generale, una entità rispetto alla quale la applicazione di quei criteri abbia condotto ad un patrimonio netto negativo, dovrebbe segnalare la incapacità della entità di generare reddito, di tal ché una entitàcon patrimonio netto negativo non dovrebbe avere possibilità alcuna di perseguire il risanamento. Il lavoro dimostra invece come le regole contabili rendano la relazione tra reddito atteso e capitale perfetta, in quanto il patrimonio contabile non riflette, per ragioni legate alle declinazioni pratiche del principio della realizzazione (recognition), la misura di tutte le attività effettivamente a disposizione dell’entità né, rispetto a quelle che invece rappresenta, riesce ad offrire una rappresentazione completa dei flussi attesi dal loro impiego. In bilancio possono infatti iscriversi solo ed esclusivamente le attività che possono essere misurate in modo ragionevole il che lascia fuori dall’ambito contabile numerose attività che, pur se non passibili di affidabile misurazione, sono comunque in grado di contribuire alla creazione di redditi futuri (e.g. avviamento internamente generato, marchi, altri intangibili, executory contract). Tipico è il caso delle start up o delle aziende che abbiano fatto massicci investimenti in attività intangibili. Stesso effetto hanno i criteri di valutazione che, nel rispetto di un principio di realizzazione che vede nello scambio l’”evento critico” che determina il momento della formazione del reddito, non permettono la iscrizione della porzione di valore delle attività che superi il costo per esse pagato. Chi compie la verifica della sussistenza delle condizioni di risanamento dovrà quindi attentamente valutare le ragioni dello squilibrio patrimoniale comprendono i limiti entro cui quel risultato contabile possa essere stato influenzato dalle regole, prudenziali, che disciplinano la redazione del bilancio. 
Più articolata l’analisi del caso di entità in squilibrio economico-finanziario, dal momento che, come noto, la dimensione economica e quella finanziaria, sebbene destinate a sovrapporsi nel lungo periodo spesso divergono nel breve, per cui non necessariamente una entità che abbia squilibrio economico avrà anche squilibrio finanziario e viceversa. L’analisi ha coperto proprio le ipotesi in cui ci si trova di fronte a tale divergenza e i casi analizzati sono stati due: entità in equilibrio finanziario ma in squilibrio economico ed entità in squilibrio finanziario ma con equilibrio economico. Nel primo caso si è dimostrata l’importanza di monitorare, con estrema attenzione, le cause che hanno permesso ad aziende in squilibrio economico di conservare l’equilibrio finanziario evidenziando il rischio che temporanee condizioni di equilibrio finanziario, magari conseguite con il ricorso all’indebitamento, determinino un ritardo nell’emersione dell’insolvenza e quindi, al contempo, il suo aggravamento. Nel secondo caso si è evidenziata l’urgenza di investigare con attenzione i motivi per cui una azienda in equilibrio economico non riesca ad avere equilibrio finanziario. Sebbene questa condizione possa spesso essere ricondotta a cause del tutto fisiologiche quali, ad esempio, ritardi nell’incasso dei crediti o il peso degli investimenti in beni a vita utile pluriennale, le difficoltà finanziarie in presenza di utili possono anche essere indice di manipolazioni di bilancio. Le manipolazioni sono infatti uno strumento con cui si possono creare ricavi ed attività fittizie e si possono quindi, in modo relativamente semplice, alterare equilibri economici e patrimoniali, ma nessuna alterazione contabile può creare cassa e quindi occultare uno squilibrio finanziario. 
Il messaggio che, conclusivamente, questo lavoro intende mandare è che l’analisi dei dati derivati dal bilancio non può utilmente essere condotta se non si ha una pinea padronanza delle regole che disciplinano la redazione di quel documento.

Note:

[1] 
Questo il preciso tenore letterale dell’articolo: “L'imprenditore commerciale e agricolo che si trova in condizioni di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario che ne rendono probabile la crisi o l'insolvenza, può chiedere al segretario generale della camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura nel cui ambito territoriale si trova la sede legale dell'impresa la nomina di un esperto indipendente quando risulta ragionevolmente perseguibile il risanamento dell'impresa”. Articolo 2 del DL 118/2021, convertito con modificazioni dalla L. 21 ottobre 2021, n. 147 (in G.U. 23/10/2021, n. 254). 
[2] 
Il tema della addizionalità, o meglio della non addizionalità (non-additivity) degli elementi accolti nel bilancio è uno dei temi classici dell’Accounting Theory e, in particolare, degli studi in tema di valutazione e basi di misurazione. Uno dei primi autori ad affrontare in modo sistematico i limiti informativi connessi alla non addizionalità o dei valori accolti nel bilancio redatto in omaggio al modello tradizionale (i.e. basato sul costo storico) è stato Ray Chambers. Il chiaro Autore australiano affronta il tema in modo sistematico in un articolo scritto nel 1967 (Chambers, Continuously Contemporary Accounting-- Additivity and Action, in The Accounting Review, 1967, 42 (4), p. 751 ss.)in risposta ad alcune considerazioni avanzate da Larson e Schattke (Larson e Schattke, Current cash equivalent, additivity, and financial action, ivi, 1966, 41 (4) p. 634 ss., sul modello da lui sviluppato: il Continuously Contemporary Accounting (Co.Co.A). Chambers evidenzia proprio il rischio della aggregazione dei risultati della applicazione di differenti basi di misurazione, o talora della medesima base ma in tempi differenti. Il modello che proponeva Chambers, invece, basandosi su misurazioni effettuate tutte in base al Current Cash Equivalent, permetteva di superare questo limite e concedeva nuovamente al bilancio la importante qualità dell’Additivity. Il tema è poi ripreso anche da molti altri autori che lo hanno spesso affrontato nell’ambito degli studi volti ad evidenziare i limiti dell’uso dei valori contabili in sede di valutazione aziendale tra cui: McKeown, Additivity of Net Realizable Values, ivi, 1972, 47(3), p. 527 ss.; Vickrey, A Comment on the Larson-Schattke and Chambers Debate over the Additivity of CCE, ivi, 1975, 50 (1), p. 140 ss.; Paugam, Casta, Stolowy, Non-Additivity in Accounting Valuation: Theory and Applications, in Abacus, 2018, 54(3), p. 381 ss.; Chun, The Additivity of Accounting Measurement: A Philosophy-of- Science Perspective, in St. Andrew’s University Economic and Business Review, 1992, 34(3), p. 107 ss.; Casta, Paugam, Stolowy, Non-additivity in accounting valuation: Internally generated goodwill as an aggregation of interacting assest, in European Accounting Association (EAA), 2011,Financial reporting session; Salvary, On financial accounting measurement: a reconsideration of SFAC5 by the FASB is needed, in Journal of Applied Business Research, 1997, 13 (3), p. 89 ss.
[3] 
Con riferimento a tali quote il prof. D. Amodeo afferma: “La loro individuazione quantitativa, come si è detto, risponde ad esigenze dichiarative o informative, od anche genetiche, nel senso di far noto al lettore di documenti contabili in qual guisa la misura complessa del netto risulti composta, ma non ha alcun riferimento concreto, non esprime affatto una particolare “incorporazione” dei valori distintamente dimostrati”.  D. Amodeo, Ragioneria Generale delle Imprese, 3a ed., Napoli, 1989. 
[4] 
Se un capitale di impresa risulta valutato al di là della misura del suo valore economico (…) esso avrà significato solo per una parte della sua estensione (…) l’eccedenza è una quantità priva di significato, un puro numero perché ad essa l’avvenire non riserva prospettive di reddito”. D. Amodeo, op.cit
[5] 
Il tema delle relazioni tra le diverse dimensioni della gestione è ampiamente affrontato nella letteratura di Economia Aziendale. Tra gli altri si rimanda a: E. Cavalieri e R. Ferraris, Economia Aziendale – Attività Aziendale e processi produttivi, v. n.1,Torino, 2000; G. Airoldi, G. Brunetti e V. Coda, Corso di economia aziendale, Bologna, 2005; L. Marchi, Introduzione all’economia aziendale: Il sistema delle operazioni e le condizioni di equilibrio aziendale, 9a ed., v. n.1, Torino, 2014; L. Potito, Economia Aziendale, Torino, 2017; C. Teodori, Analisi di bilancio: Lettura e interpretazione, v. n. 2, Torino, 2017. 
[6] 
S. Coronella, Storia della ragioneria italiana. Epoche, uomini e idee, Milano, 2014.
[7] 
Per far riferimento all’insieme dei documenti che oggi, in Italia, compongono il bilancio, in inglese si usa il termine “financial statements”. 
[8] 
Y. Ijiri, The foundations of accounting measurement: Scholars Book Company, 1967.
[9] 
Tanto che, di norma, chi possiede la corrispondente attività procederà a svalutarla.
[10] 
6.14 In some cases, fair value can be determined directly by observing prices in an active market. In other cases, it is determined indirectly using measurement techniques, for example, cash-flow-based measurement techniques (see paragraphs 6.91–6.95), reflecting all the following factors: (a) estimates of future cash flows. (b) possible variations in the estimated amount or timing of future cash flows for the asset or liability being measured, caused by the uncertainty inherent in the cash flows. (c) the time value of money. (d) the price for bearing the uncertainty inherent in the cash flows (a risk premium or risk discount). The price for bearing that uncertainty depends on the extent of that uncertainty. It also reflects the fact that investors would generally pay less for an asset (and generally require more for taking on a liability) that has uncertain cash flows than for an asset (or liability) whose cash flows are certain. (e) other factors, for example, liquidity, if market participants would take those factors into account in the circumstances. 6.15 The factors mentioned in paragraphs 6.14(b) and 6.14(d) include the possibility that a counterparty may fail to fulfil its liability to the entity (credit risk), or that the entity may fail to fulfil its liability (own credit risk)”. IASB, The conceptual framework for financial reporting, London: IFRS Foundation, 2018. Per un’analisi sui rapporti tra fair value delle passività e own credit risk si rimanda a L.M. Gaynor, L. McDaniel and T.L. Yohn, Fair value accounting for liabilities: The role of disclosures in unraveling the counterintuitive income statement effect from credit risk changes, in Accounting, organizations and Society, 2011, 36 (3), p. 125 ss.; M. Lachmann, U. Stefani and A. Wöhrmann, Fair value accounting for liabilities: Presentation format of credit risk changes and individual information processing, ivi, 2015, 41, p. 21 ss.; M.E. Barth, L.D. Hodder and R. Stubben, Fair value accounting for liabilities and own credit risk, in The Accounting Review, 2008, 83 (3), p. 629 ss.
[11] 
6.92 Cash-flow-based measurement techniques can be used in applying a modified measurement basis, for example, fulfilment value modified to exclude the effect of the possibility that the entity may fail to fulfil a liability (own credit risk)” IASB, The conceptual framework for financial reporting, London: IFRS Foundation, 2018.
[12] 
S. Hendriksen, M.F. Van Breda, Accounting Theory, Homewood, IL: Irwin, 1992.
[13] 
Nella struttura del bilancio prevale ancora l’impostazione Proprietary sia in sede nazionale che internazionale. La struttura dello Stato Patrimoniale, sia secondo la impostazione civilistica che secondo la impostazione IAS 1, riflette la visione della proprietà. Epifanica, in tal senso, la scelta del Conceptual Framework di definire il Netto (Equity) come il valore reddituale degli asset dopo che siano state pagate le passività la definizione di Entity offerta dal framework dello IASB: “Equity is the residual interest in the assets of the entity after deducting all its liabilities. Equity claims are claims on the residual interest in the assets of the entity after deducting all its liabilities. In other words, they are claims against the entity that do not meet the definition of a liability. Such claims may be established by contract, legislation or similar means, and include, to the extent that they do not meet the definition of a liability: (a) shares of various types, issued by the entity; and (b) some obligations of the entity to issue another equity claim. (par. 4.63 e 4.64). Nelle basis for conclusions lo IASB chiariscei motivi per i quali ha continuato a definire in tal modo l’equity, conservando una divisione binaria tra Equity e liability senza adottare l’approccio, di stampo evidentemente Entity, in cui le due categorie dovrebbero essere accolte in una unica cateogira intestata ai claims: “The 2018 Conceptual Framework continues: (a) to make a binary distinction between liabilities and equity; (b) to define equity as the residual interest in the assets of the entity after deducting all its liabilities; and (c) not to discuss what forms of presentation and disclosure are appropriate if an entity’s equity comprises different classes of equity claims and different components of equity (see paragraphs 7.12–7.13). The Board considered whether continuing to make a binary distinction between liabilities and equity is sufficient to provide users of financial statements with useful information about claims against the entity. The inherent limitation of a binary distinction between liabilities and equity is that it attempts to make a single distinction between claims that have various characteristics in varying degrees. Eliminating that binary distinction and defining a single element for all claims would allow the accounting for each type of claim to be determined individually to depict its specific characteristics. However, unless all claims are measured directly, any approach would need to identify at least one residual class of claim that would be measured indirectly by reference to the carrying amounts of assets and liabilities. Moreover, it is not possible to measure all claims directly without valuing the entire entity, which goes beyond the stated objective of general-purpose financial reports. Thus, dividing claims into at least two classes is unavoidable” (par. BC.489, BC 4.90). Sotto il profilo della evoluzione storica, le prime organiche rappresentazione della due teorie si sono avute, rispettivamente, per quanto riguarda la teoria della proprietà in Sprague, The philosophy of accounts, In Journal of Accountancy, 1907, 4(000001), 33; H. Hatfield, What is the matter with accounting?, ivi, 1927, 44 (4), 3.; Ting, Accounting for surplus of corporations, 1927; e per quanto riguarda la teoria della Entità in W.A. Paton, Accounting theory, with special reference to the corporate enterprice, 1922 ed in M. Moonitz, The entity theory of consolidated statements, v. n. 4, in American Accounting Association, 1944. Per un’analisi più aggiornata sulla evoluzione di queste due teorie si rimanda a M.A. Marinoni, A. Cilloni, B. Merino, Comprehensive Income, An Historical Perspective. The Development Of Proprietorship And Entity Theories, An International Approach, in European Journal of Accounting, Finance & Business, 2013, 1 (1), p. 56 ss.; R.R. Sterling, The Theory of the Measurement of Enterprise Income: Routledge, 2014; I. Kim and P. James, A Review and Critique of Commander Theory, in International Journal of Accounting & Finance Review, 2021, 6 (2), p. 74 ss. 
[14] 
Pur senza volersi addentrare nel ginepraio delle definizioni di attività, il modo in cui questi flussi vengono misurati e recepiti nella valutazione di bilancio dipende dal modo in cui il sistema contabile di riferimento ha deciso di gestire le incertezze inevitabilmente comprese in un processo di valutazione. In particolare, dipenderà dalla scelta compiuta in merito al momento in cui il valore si ritiene acquisito alla economia dell’azienda (c.d. evento critico), e quindi dal concetto di reddito e di capitale adottato, ed a seconda anche della prevalenza delle esigenze di rilevanza o di affidabilità dell’informazione, si potrà preferire l’uso delle aspettative proprie dei manager aziendali (c.d. valori entity-specific) oppure si potrà optare per quelle derivabili dal mercato (c.d. valori market oriented) che, a seconda dei modelli prescelti, potranno essere quelle implicite nel costo di acquisto, nei costi di sostituzione (entry value), o nei valori di liquidazione (exit value), o in altre figure più articolate ma che poi finiscono sempre con il coincidere con una delle configurazioni precedenti. Sul punto si vedano, per i rapporti tra incertezza e misurazione: L.T. Johnson; R.K. Storey, Recognition in financial statements: Underlying concepts and practical conventions, Norwalk: Financial Accounting Standards Board, 1982; per la individuazione ed il ruolo dell’evento critico: J.H. Myers, The critical event and recognition of net profit, in The Accounting Review, 1959, 34 (4), p. 528 ss.; C.T. Horngren, How Should We Interpret the Realization Concept?, ivi, 1965, 40 (2), p. 323 ss. Per un elenco delle possibili opzioni e per una ricostruzione delle problematiche di misurazione si rimanda alla lettura dello standard IFRS 13, IASB, Fair Value measurement. IFRS13, London: International Accounting Standard Board, 2011.
[15] 
Per una ricostruzione sul ruolo della recognition nel bilancio dell’esercizio si rimanda a M. Pizzo, L'iscrizione dei ricavi tra realizzazione e recognition, 2005. Il tema si pone anche per le passività; tuttavia, il grado di “ragionevolezza” richiesto per la iscrizione di una passività è significativamente inferiore. Mentre una misurazione anche solo probabile è sufficiente a giustificare, o meglio ad imporre, l’iscrizione di una passività, un’attività può essere iscritta solo se misurabile in modo certo. Questo fenomeno è noto come asimmetria valutativa.
[16] 
E stavolta non solo in ragione di quanto espressamente chiarito nei principi contabili (OIC, Principio contabile n. 31 Fondi per rischi e oneri e Trattamento di fine rapporto, par. 48, 2016), ma prima ancora per espressa disposizione del codice che stabilisce, al punto 2 dell’articolo 2423 bis c.c., che “si possono indicare esclusivamente gli utili realizzati alla data di chiusura dell'esercizio”, e fintanto che non si ottiene la sentenza favorevole gli utili, connessi al riconoscimento delle proprie istanze, non possono considerarsi realizzati.
[17] 
Naturalmente, come si vedrà meglio oltre, flussi derivanti dalla vittoria di contenziosi passati possono contribuire al risanamento aziendale se permettono la estinzione di passività pregresse, o se sono adeguati a finanziarie un eventuale periodo iniziale in perdita, ma una vera e propria condizione di risanamento può esistere solo se gli equilibri futuri si basato sulla capacità della gestione di creare flussi positivi e non mai sulla monetizzazione di flussi che, comunque, affondano le loro origini in eventi passati e, soprattutto, hanno carattere di straordinarietà.
[18] 
Il valore economico, per il ben noto fenomeno dell’avviamento soggettivo, è generalmente superiore al costo (T. Lee, Income and value measurement, 3a ed., p. 112, 1985.). Tuttavia, questo maggior valore, non avendo trovato una misurazione certa attraverso uno scambio (evento critico), non può apparire in bilancio. Ma dal momento che esiste valore solo entro i limiti di quel valore economico, non appena quella relazione si dovesse invertire, l’eventuale differenza non avrebbe più alcun substrato economico e dovrebbe immediatamente essere eliminata attraverso una svalutazione che porterà il valore economico ad emergere direttamente in bilancio. È questo il noto tema dell’impairment of asset per il quale si rimanda a F. Capalbo, Impairment of Asset, in A.A.V.V, Il bilancio secondo i principi contabili internazionali IAS/IFRS, 3a ed 2016.
[19] 
D. Amodeo, op. cit.
[20] 
J.S. Hughes, Toward a contract basis of valuation in accounting, in Accounting Review, 1978, p. 882 ss.; in omaggio alla già citata asimmetria valutativa ed al differente grado di ragionevolezza richiesto per la iscrizione di attività e passività, in presenza di un contratto oneroso, ovvero di un contratto in cui il valore della prestazione che ci si è impegnati a rendere è superiore al valore della controprestazione attesa, l’entità dovrà procedere alla iscrizione di una passività (fondo rischi per “contratto oneroso”) pari al minore tra il costo dell’esecuzione del contratto, calcolato come differenza negativa tra prestazione e controprestazione, e la penale da pagare per uscire dal contratto (IASB, IAS 37).
[21] 
J.H. Myers, op.cit.
[22] 
Quando il fornitore esegue la propria prestazione, ad esempio la erogazione di una fornitura di materie, iscrive i ricavi, e quindi il credito, connesso alla parte eseguita e nella misura in cui questi sono superiori ai costi sostenuti per la produzione delle materie fornite, il bilancio recepisce, in modo indiretto, il margine che si è così maturato. Allo stesso modo il fruitore, nel momento in cui riceve le materie ne incorpora i benefici per il tramite dell’impatto sul suo processo di produzione e ne rileva il costo di acquisto iscrivendo il relativo debito; quel costo indistintamente contrapposto, assieme a tutti gli altri costi, ai ricavi che quel processo produttivo sarà in grado di generare rifletterà anche sul bilancio del fruitore la marginalità del contratto. La ragione della prevalenza di questa impostazione è connessa alle incertezze connesse alla misurazione ed alla opportunità di non rilevare i margini fin tanto che il contratto non è eseguito. Se, invece, come di recente si sta facendo per la contabilizzazione del leasing in ambito IAS/IFRS, si segue una “contract basis”, l’evento critico che permette la “recognition” delle attività e delle passività è la firma del contratto, indipendentemente dalla data di esecuzione delle prestazioni. In questo caso, inoltre la valutazione delle attività e delle passività connesse al contratto avviene al mercato e quindi i margini attesi dalla sua esecuzione verrebbero valorizzati già al momento della sottoscrizione del contratto impattando sugli equilibri patrimoniali. Non v’è dubbio che il modello ad oggi largamente utilizzato è quello basato sulla “exchange basis”.
[23] 
D. Amodeo, op. cit., p. 787: “Ma la redditività futura non consegue direttamente ed esclusivamente dai contributi economici destinati presumibilmente a svolgersi da costi e ricavi di differita imputazione [l’autore si riferisce a quelle che abbiamo definito Attività e Passività]. Questi costituiscono indubbiamente un più o meno cospicuo tronco della gestione futura, nel senso che questa futura gestione consisterà, in parte più o meno grande, nel determinare la “trasformazione” (se così è concesso dire) di quei costi e ricavi sospesi in costi e ricavi di esercizio. Ma copia di nuovi costi e di nuovi ricavi insorgeranno in avvenire per effetto di quella gestione, copia di costi e di ricavi che non sono legati direttamente e prossimamente alla “eredità” del passato, e dei quali perciò il bilancio a termine dell’esercizio non indica traccia alcuna; e questi si affiancheranno, si intrecceranno e si innesteranno ai costi ed ai ricavi che il passato tramandò, e con quelli che concorreranno a comporre il reddito avvenire”.
[24] 
Preliminarmente all’accesso al percorso di risanamento e quindi alla redazione di un piano vero e proprio, il Decreto-legge n. 118/2021, all’art. 3 comma 2, ha previsto lo svolgimento, da parte dell’imprenditore e dei professionisti dallo stesso incaricati, di un test pratico per la verifica della ragionevole perseguibilità del risanamento, le cui modalità operative di esecuzione sono state definite con apposito decreto emanato dal Ministero della Giustizia il 28 settembre 2021.
[25] 
L’acronimo corrisponde alla seguente definizione: Earnings Before Interest Tax Depreciation and Amortization. Potrà essere utile ricordare che, in inglese, con il termine depreciation si fa riferimento all’ammortamento delle immobilizzazioni materiali e con il termine amortization all’ammortamento delle immobilizzazioni immateriali.
[26] 
È sempre possibile che una realtà in squilibrio economico riesca ad invertire il trend. Naturalmente chi rediga un piano di risanamento muovendo da una simile condizione dovrà compiutamente argomentare le ragioni.
[27] 
Questo spiega il perché, il più delle volte, in presenza di una situazione di squilibrio economico, l’equilibrio finanziario viene garantito agendo innanzitutto sulla sospensione dei debiti detenuti verso quei soggetti che non hanno la possibilità di “sospendere l’erogazione dei servizi”, vale a dire debiti erariali e contributivi.
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H. Schilit, Financial Shenanigans: How to Detect Accounting Gimmicks & Fraud in Financial Reports, 2010. Esiste una amplissima letteratura sul ruolo che la “distanza” tra risultato operativo e flusso di cassa operativo ha ai fini della individuazione di attività di earnings management (EM). Uno dei primi a portare avanti questa idea fu P.M. Healy che nel 1985 propose di utilizzare come misura la differenza tra il flusso di cassa generato dalla gestione corrente (operating cash flow) e il risultato di periodo P.M. Healy, The effect of bonus shemes on accounting decisions, in Journal of Accounting and Economics, 1985, v. n.7, p. 85 ss. D’altra parte, la distanza tra flusso di cassa e non necessariamente è il frutto di attività di EM. Qualsiasi azienda in regime di contabilità per competenza registra annualmente una quota più o meno ampia di accrual semplicemente perché applica i corretti principi contabili e non perché compie operazioni di earnings management. Pertanto, per utilizzare quella differenza come indice di attività di EM occorre poter separare nell’ambito dei total accrual la quota di non-discretionary accrual, ovvero di quelli che l’azienda compie senza volontà di alterazione, dagli abnormal accrual K. Peasnell, P. Pope, S. Young, Detecting earnings management using cross-sectional abnormal accrual models, in Accounting and Business Research, 2000, 30 (4), p. 313 ss. Un primo tentativo in tal senso fu fatto da L. DeAngelo (L. DeAngelo, Accounting numbers as market valuationsubstitutes: A study of management buyouts of public stockholders, in Accounting Review,1986, 61 (3), p. 400 ss.) che individuò la quota non discrezionale degli accrual osservandone l’andamento nei periodi precedenti le operazioni di management buy out. Lo stimolo posto da quello studio è stato poi raccolto dalla J. Jones (J. Jones, Earnings management during import relief investigations, in Journal of Accounting Research, 1991, 29(2), p. 193 ss.) la quale ha sviluppato un modello che permette di isolare dai total accrual la quota degli abnormal accrual, sulla base di apposite regressioni lineari che ne confrontano l’andamento con quello dei ricavi e delle immobilizzazioni aziendali. La misura di queste due variabili dovrebbe permettere infatti di individuare l’altezza normale degli accrual così che la quota abnormal può considerarsi di natura discretionary ed essere così assunta come proxy dell’earnings management. Il modello proposto dalla J. Jones è poi stato modificato da P. Dechow et al (P. Dechow, R. Sloan e A. Sweeney, Detecting earnings management, in The Accounting Review, 1995, 70 (2), p. 193 ss.) che hanno inserito appositi aggiustamenti per rettificare l’andamento dei ricavi tenendo anche in considerazione la variazione dei crediti.
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Esempi ne esistono tantissimi, si pensi alla capitalizzazione di uscite sostenute per spese di impianto o ampliamento, per ricerca e sviluppo, per migliorie su beni di terzi. Un ricavo può essere creato anche in assenza di una entrata, è sufficiente la sua registrazione in contabilità o in contropartita di un credito o anche, ancor più semplicemente, tramite la sopravvalutazione di una attività o la cancellazione di una passività. Si possono, ad esempio, emettere fatture o iscrivere crediti per fatture da emettere per prestazioni non rese o si possono iscrivere ricavi per valori superiori a quelli effettivamente maturati. In ogni caso si tratterà di ricavi che non saranno mai incassati ma che, nelle more, hanno un effetto benefico sull’equilibrio economico. Certamente, è una soluzione che ha le gambe corte in quanto i crediti iscritti in contrapposizione ai ricavi finti sono destinati a rimanere insoluti e, laddove l’esercizio dovesse prolungarsi, sono destinati a crescere negli anni senza mai potersi ridurre, generando una crescita anomala del peso percentuale dei crediti iscritti al 31.12 sul fatturato generato nell’anno, circostanza che non a caso è considerata un indicatore tipo di false comunicazioni sociali. Analogo ragionamento può farsi quando la alterazione dei ricavi sia ottenuta gonfiando il valore del magazzino. Anche in questo caso ai ricavi che così si sono generati sotto forma di “variazione incrementativa delle rimanenze” non corrisponde afflusso finanziario; non solo, ma in questo caso, a meno di non vedere immediatamente invertito nell’anno successivo l’effetto della alterazione, l’azienda dovrà manipolare anche il valore del magazzino dell’anno successivo, avviando così una spirale estremamente pericolosa.