Nella composizione negoziata il conflitto non oppone due sole parti, ma coinvolge molti giocatori, molte scelte, in interazioni che si dispiegano nel tempo. In questo scenario, è possibile identificare almeno tre tendenze che incentivano il conflitto distruttivo.
La prima riguarda i creditori finanziari, con la loro ineluttabile logica individuale: se le altre banche revocano il credito e la singola banca non lo fa, quest’ultima rischia di trovarsi esposta al rischio di insolvenza del proprio debitore, senza aver tentato di recuperare almeno una parte del proprio credito, mentre le altre si sono nel frattempo assicurate il massimo rientro possibile. La conseguenza inevitabile di tale impostazione è quella che sulla prima revoca si innestano, a loro volta, quelle di tutti gli altri istituti, con un effetto a cascata.
Il risultato collettivo è che la (quasi) simultanea revoca da parte di tutti i creditori bancari finisce inevitabilmente per trasformare una difficoltà temporanea di liquidità in una crisi irreversibile di solvibilità. L'impresa che avrebbe potuto essere salvata con un intervento coordinato dei suoi finanziatori viene nei fatti distrutta dalla corsa alle garanzie. Ogni banca ha agito razionalmente, ma il sistema ha prodotto un esito che nessuna banca desiderava: la liquidazione di un'impresa il cui valore in continuità avrebbe potuto essere superiore al valore di liquidazione, con perdite maggiori per tutti i creditori rispetto a quelle che gli stessi avrebbero subito in uno scenario di going concern.
Si tratta del meccanismo noto come creditor run, che – proprio come la corsa agli sportelli – si autoavvera: il timore che le altre banche revochino il credito è di per sé sufficiente a indurre tutte le altre al rientro, indipendentemente da una valutazione in concreto delle ragionevoli prospettive di risanamento dell'impresa.
Anche i fornitori dell'azienda in crisi affrontano una versione analoga del dilemma: a fronte della consapevolezza che, continuando a fornire a credito, rischia di accumulare ulteriori crediti insoddisfatti, la strategia razionale, per il singolo fornitore, appare quella di sospendere le forniture e subordinarle al pagamento anticipato. Ma la conseguenza di una tale politica commerciale per un’impresa che già si trova in una situazione di disequilibrio non può che essere che quella di avvitarsi in una spirale negativa, in cui ai blocchi della produzione si susseguono i ritardi nelle consegne e ulteriori peggioramenti nella generazione dei flussi di cassa necessari per soddisfare i creditori. La sospensione delle forniture — razionale per ciascun fornitore individualmente — finisce, pertanto, per distruggere il valore operativo dell'impresa che tutti i creditori, collettivamente, hanno interesse a preservare.
A ciò si aggiunge una complicazione ulteriore: i fornitori più grandi e dotati di maggiore potere contrattuale riescono a ottenere pagamenti anticipati o garanzie aggiuntive, scaricando il rischio sui fornitori più piccoli e meno informati. Si produce, così, non solo un esito collettivamente peggiore, ma anche una distribuzione iniqua del danno: i creditori più vulnerabili subiscono perdite sproporzionate rispetto alla loro capacità di sopportarle.
Ma anche la logica difensiva del debitore-imprenditore – che si trova ad affrontare la propria versione del dilemma in una fase ancora precedente, quando la crisi è latente ma non ancora manifesta – finisce per tradursi in almeno tre comportamenti individualmente comprensibili ma collettivamente distruttivi.
Il primo è costituito dal ritardo nell'emersione: dichiarare la crisi significa per l’imprenditore esporsi a conseguenze negative sul piano reputazionale, legale e relazionale, con la conseguenza che egli è incentivato a ritardare la disclosure, nella speranza che le cose migliorino spontaneamente. Ma il ritardo nell’attivazione degli strumenti di risanamento finisce fisiologicamente per aggravare la crisi: i debiti si accumulano, le perdite erodono il patrimonio, le opzioni di risanamento si riducono. In definitiva, il ritardo restringe lo spazio di manovra disponibile per tutti.
Il secondo è identificabile nella gestione selettiva dei pagamenti: l'imprenditore in difficoltà tende a soddisfare quei creditori che esercitano maggiore pressione – spesso quelli dotati di maggiore potere contrattuale – e a ritardare i pagamenti ai creditori più deboli. È una scelta razionale nel breve periodo, perché mantiene operative le relazioni commerciali critiche; ma produce una redistribuzione occulta del danno, che – quando emerge nel corso del successivo tentativo di risanamento – mina la fiducia di tutti i creditori, rendendo più difficile il percorso verso l’accordo.
Il terzo è rappresentato dalle operazioni difensive sul patrimonio: in alcuni casi l'imprenditore cerca di proteggere asset personali o familiari attraverso operazioni che, pur non necessariamente fraudolente, riducono il patrimonio disponibile per i creditori. Si tratta di una condotta che può apparire razionale dal punto di vista dell'imprenditore come individuo, ma si rivela successivamente distruttiva per le prospettive di accordo nella procedura, incidendo anch’essa inevitabilmente sulla fiducia reciproca.
Il verificarsi congiuntamente delle tre tendenze appena descritte – che finisce per generare una vera e propria corsa verso la distruzione del valore della continuità – trova la sua ragion d’essere, anzitutto, nell’asimmetria informativa che caratterizza i rapporti tra i vari soggetti coinvolti nella crisi.
Ed infatti, ciascuna parte dispone di informazioni che le altre non hanno: se il debitore conosce la reale situazione dell'impresa meglio di qualsiasi creditore, le banche hanno maggiore visibilità sulle effettive prospettive finanziarie, mentre ciascun fornitore conosce lo stato dei propri pagamenti, ma non quello degli altri fornitori. Questa asimmetria impedisce il coordinamento: ciascuno agisce sulla base di una visione parziale della situazione, e le azioni fondate su visioni parziali rischiano di amplificare inevitabilmente gli effetti della crisi.
Anche la mancanza di un orizzonte temporale condiviso incide negativamente sulle possibilità di realizzare il risanamento. Ed infatti, ciascuna parte ragiona su un orizzonte temporale diverso: le banche hanno obiettivi trimestrali di riduzione delle esposizioni deteriorate; i fornitori devono gestire la propria liquidità nel breve termine, mentre l'imprenditore pensa alla sopravvivenza della propria impresa nel lungo periodo. Questi orizzonti temporali incompatibili impediscono spesso una valutazione condivisa dei costi e dei benefici dell'accordo rispetto alla liquidazione.
Infine, anche l’assenza di fiducia funziona da incentivo alla crisi, posto che ciascun comportamento difensivo di una parte conferma le aspettative negative delle altre, che, a loro volta, adottano comportamenti difensivi, confermando le aspettative negative della prima. Ci si trova di fronte a una profezia che si autoavvera: ci si aspetta che gli altri agiscano in modo opportunistico, e dunque si agisce a propria volta in modo opportunistico, confermando le altrui aspettative negative.